Nel 2025 in Italia sono state segnalate quasi 18.000 aggressioni agli operatori sanitari e sociosanitari, con oltre 23.000 professionisti coinvolti.

Ma quel numero va letto correttamente: le segnalazioni comprendono episodi diversi — verbali, fisici, contro la proprietà — e una maggiore propensione a segnalare può rendere più visibile un fenomeno che prima restava sommerso.

Come si previene un fenomeno di questo tipo? Non con una sola misura. Non basta un protocollo, non basta un corso, non basta chiedere agli operatori di “comunicare meglio”. La violenza contro chi lavora in sanità è un problema organizzativo e professionale: riguarda ambienti, attese, procedure, segnalazione, supporto e, tra le altre cose, formazione.

Questo articolo non descrive un caso clinico e non insegna una tecnica di contenimento. Serve a direzioni, responsabili formazione, risk manager, coordinatori e organizzazioni che devono capire quanto è rilevante il fenomeno e quale ruolo può avere la formazione all’interno di una strategia più ampia di prevenzione.

Cosa raccontano i dati italiani

L’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e della socio-sanitaria (ONSEPS), nella Relazione 2025 presentata al Parlamento, sintetizza le segnalazioni raccolte dalle Regioni. A livello nazionale risultano quasi 18.000 aggressioni segnalate (17.956), che hanno coinvolto 23.367 operatori: un singolo episodio può interessare più persone.

Quasi 18.000

  • Aggressioni segnalate nel 2025
  • 17.956 episodi a livello nazionale
  • Sono segnalazioni, non un conteggio esaustivo del fenomeno

23.367

  • Operatori coinvolti
  • Un episodio può riguardare più persone
  • Fonte: sintesi nazionale ONSEPS 2025

69% verbali

  • Prevalenza delle aggressioni verbali
  • 25% fisiche, 6% contro la proprietà
  • La violenza non coincide solo con l’atto fisico

Il personale maggiormente coinvolto nelle segnalazioni è quello infermieristico (55%). Il dato va letto alla luce della prevalenza degli infermieri tra il personale complessivo, non come prova che “solo gli infermieri” siano esposti. Seguono medici (16%) e operatori socio-sanitari (11%).

ONSEPS avverte che un risultato più elevato nelle segnalazioni è probabilmente indice di una cultura della segnalazione più diffusa, piuttosto che di un numero di aggressioni più alto rispetto ad altri territori. Un numero che cresce, o che resta alto, non equivale automaticamente a un “boom” del fenomeno: può anche significare che più episodi diventano visibili.

Segnalazioni e infortuni non sono la stessa cosa

Quando si parla di aggressioni al personale sanitario circolano numeri diversi. Non misurano lo stesso insieme. Confonderli produce conclusioni deboli: trend inesistenti, confronti impossibili, allarmi o rassicurazioni non sostenuti dai dati.

ONSEPS raccoglie segnalazioni di episodi di violenza, inclusi quelli verbali. Non è un registro esaustivo di tutto ciò che accade, e non coincide con un infortunio riconosciuto. INAIL, per il 2024, ha riportato 2.464 infortuni da aggressione riconosciuti nel settore Sanità e assistenza sociale. Sono infortuni sul lavoro, con un perimetro e una finalità diversi.

Le aggressioni non sono soltanto fisiche

Nel dataset ONSEPS 2025 la prevalenza è verbale (69%), rispetto alle aggressioni fisiche (25%) e a quelle contro la proprietà (6%). Non è una gerarchia di gravità: un’aggressione verbale può lasciare conseguenze, e una minaccia può precedere un atto fisico. È però un dato utile a non ridurre il problema al solo contatto fisico.

La Raccomandazione n. 8 del Ministero della Salute (documento novembre 2025; pubblicazione ufficiale sul sito ministeriale l’11 marzo 2026) parla di violenza fisica, verbale e psicologica. Richiama la definizione NIOSH della violenza nel posto di lavoro: ogni aggressione fisica, comportamento minaccioso o abuso verbale che si verifica nel posto di lavoro. Tra gli atti di violenza include anche minacce e danneggiamenti ai beni di proprietà. Non inventiamo categorie: usiamo quelle delle fonti.

Dove si concentra maggiormente il fenomeno

ONSEPS indica che il fenomeno si verifica soprattutto in ambito ospedaliero. Tra i luoghi più interessati dalle segnalazioni ci sono Pronto Soccorso, Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC) e aree di degenza.

Questo non significa che “questi reparti siano pericolosi”, né che il rischio sia assente altrove. Significa che alcuni contesti — alta intensità, attesa, fragilità, pressione, comunicazioni difficili, lavoro in solitaria — possono presentare fattori di rischio. La Raccomandazione n. 8 cita, tra gli elementi che possono favorire episodi di violenza, anche i tempi di attesa, il lavoro in solitaria e le caratteristiche degli ambienti. Sono fattori di contesto, non un giudizio sul personale di quei servizi.

Perché un’aggressione non ha una sola causa

Cercare un unico colpevole — il paziente, la famiglia, l’operatore — è una semplificazione. La Raccomandazione n. 8 descrive il rischio di violenze e aggressioni come un tema complesso, con eziologia multifattoriale e ricadute organizzative, sociali ed economiche. Serve un approccio diversificato, non una spiegazione unica.

Possono entrare in gioco fattori organizzativi (carichi, attese, informazioni, organico), ambientali (spazi, visibilità, isolamento), relazionali (comunicazione, fiducia, tensione) e contestuali (urgenza, dolore, paura, incertezza). Nessuno di questi fattori “giustifica” un’aggressione. Nessuno, da solo, la spiega del tutto. Un fenomeno multifattoriale chiede una prevenzione multilivello.

Prevenzione significa agire anche sull’organizzazione

Le linee guida quadro ILO, ICN, OMS e PSI indicano che le misure preventive su ambiente di lavoro, organizzazione del lavoro e relazioni vanno introdotte quando i rischi sono identificati, senza aspettare che la violenza si manifesti. Fornire informazioni tempestive a pazienti, familiari e accompagnatori, soprattutto in disagio e lunga attesa, è considerato cruciale per ridurre il rischio di aggressioni e di abusi verbali.

La Raccomandazione n. 8 sposta il fuoco sull’organizzazione sanitaria. Chiede di identificare i fattori di rischio per la sicurezza del personale e di porre in essere le strategie più opportune. Le azioni toccano più piani: analisi dei luoghi di lavoro e della relazione di cura; misure strutturali e tecnologiche; modalità di gestione delle attività; comunicazione; formazione; segnalazione; supporto. Non è una checklist da copiare in ogni servizio. È il riconoscimento che la prevenzione non può stare solo sulle spalle di chi è in prima linea.

In pratica, e con prudenza, questo può voler dire: analizzare dove e quando si concentrano gli episodi; rendere più leggibili attese e percorsi; curare spazi e flussi; definire procedure e ruoli; non lasciare l’operatore solo nei contesti a maggior rischio senza un sistema di supporto; formare; segnalare; rivedere. L’elenco non è esaustivo e non sostituisce il documento ufficiale né il documento di valutazione dei rischi della struttura.

La cultura della segnalazione è parte della prevenzione

La Raccomandazione n. 8 intende promuovere, in ambito pubblico e privato, una cultura omogenea della segnalazione. Chiede di segnalare gli episodi, anche verbali, e di formare il personale sulle procedure di segnalazione di tutti gli episodi di violenza, non solo di quelli che hanno determinato un danno fisico. Le segnalazioni vanno registrate e usate per definire misure di prevenzione.

Se gli episodi non vengono segnalati, l’organizzazione dispone di meno informazioni per comprendere dove, quando, come e con quali pattern si verificano. Segnalare non “impedisce” le aggressioni future. Può contribuire a rendere il rischio più leggibile, e quindi più affrontabile. ONSEPS, come si è visto, interpreta i volumi di segnalazione anche come segnale di cultura del monitoraggio, non solo di incidenza.

La segnalazione volontaria, ricorda la Raccomandazione, non sostituisce la denuncia all’autorità giudiziaria né all’INAIL. È uno strumento organizzativo, non un adempimento che chiude il caso.

Dopo l’aggressione: anche il supporto conta

La prevenzione futura passa anche da ciò che accade dopo un episodio. La Raccomandazione n. 8 chiede di promuovere supporto psicologico e/o sanitario al lavoratore che subisce un atto di violenza, e di assicurare trattamento e sostegno anche a chi può essere rimasto traumatizzato per aver assistito. Prevede l’analisi delle segnalazioni e l’individuazione di azioni protettive. La violenza al dipendente, nel documento, va considerata anche come violenza nei confronti dell’organizzazione, non come un fatto privato da gestire in silenzio.

Reporting, analisi, supporto, revisione: non sono “altro rispetto alla prevenzione”. Sono il modo in cui un’organizzazione impara da ciò che è accaduto, senza trasformare l’operatore in un caso clinico e senza entrare, da questa pagina, in indicazioni terapeutiche. Ogni struttura ha le proprie procedure. Questa pagina non le sostituisce.

Dove entra la formazione

La formazione non è l’intera strategia di prevenzione. Può esserne una componente. La distinzione è centrale: non esiste evidenza, su questa pagina, che “basti formare gli operatori” perché le aggressioni diminuiscano. Esiste, nelle fonti istituzionali, il riconoscimento che riconoscimento, comunicazione e gestione si apprendono, e che l’organizzazione ha il compito di renderli disponibili.

La Raccomandazione n. 8 parla di “precauzioni universali della violenza”: l’idea che alcuni episodi possano essere evitati o mitigati mediante addestramento. Chiede formazione sui rischi specifici, sul riconoscimento dei segnali di pericolo o delle situazioni che possono condurre ad aggressione, sulla gestione dei pazienti aggressivi e violenti, su stili di comunicazione assertiva ed empatica, e sulla normativa e le procedure di segnalazione. Ciascun operatore dovrebbe conoscere queste precauzioni; l’azienda deve informare su ruoli, procedure e quanto previsto per la sicurezza.

In un percorso coerente, la formazione può riguardare: riconoscere i segnali di tensione; comunicare senza alimentare il confronto; cos’è la de-escalation in sanità e quali competenze richiede; come strutturare la gestione di una situazione di aggressività; lavorare in squadra; conoscere le procedure; chiedere supporto; sapere cosa fare dopo un episodio, se previsto. Non è un elenco da recitare. È il perimetro in cui la formazione può entrare — sempre come parte di un sistema, non al suo posto.

L’OMS inquadra la violenza contro gli operatori sanitari come problema internazionale e nota che servono ancora ricerche per valutare l’efficacia dei programmi, soprattutto in contesti a risorse limitate. È una prudenza utile anche qui: formare è necessario, non è una prova di esito.

Formare non significa trasferire la responsabilità all’operatore

Una formazione efficace non dovrebbe comunicare, neppure implicitamente: “se vieni aggredito significa che hai comunicato male”. La violenza non è responsabilità della vittima. Un operatore può aver riconosciuto i segnali, aver comunicato in modo misurato, aver chiesto supporto, e l’episodio può avvenire comunque. La formazione offre strumenti. Non può garantire la prevenzione di ogni episodio.

L’organizzazione conserva responsabilità su prevenzione, ambiente, procedure, supporto e sicurezza. Formare il personale senza analizzare attese, spazi, organico, segnalazioni e post-evento sposta il peso su chi subisce l’aggressione. È il contrario di ciò che chiedono le fonti: un approccio diversificato, non una colpa individuale.

Perché la sola teoria può non bastare

Conoscere principi e applicarli in una situazione sotto pressione sono compiti diversi. Si può saper elencare ascolto, limiti, tono e contesto, e trovarsi comunque impreparati quando il tempo si restringe, la voce si alza e bisogna decidere in pochi secondi.

L’esercitazione può consentire di prendere decisioni, comunicare, riflettere e riprovare in un contesto simulato. Non afferma che “la simulazione è superiore” a ogni altro metodo. Afferma che l’elenco delle regole, da solo, non allena la risposta sotto pressione. Le fonti istituzionali chiedono addestramento, non soltanto informazione.

Simulazione come spazio di allenamento

La simulazione può creare situazioni nelle quali esercitare competenze senza utilizzare un paziente reale. In un ambiente controllato si possono osservare scelte, discutere il dopo, allineare il team. Non elimina il rischio di un episodio reale. Non garantisce l’apprendimento. Resta uno strumento, da inserire in un percorso con docenti, contenuti e confronto.

Dove può entrare la realtà virtuale

La realtà virtuale può essere uno degli strumenti possibili per creare scenari simulati. In termini concettuali, non di efficacia dimostrata su questa pagina, può offrire un contesto in cui osservare, comunicare e decidere senza coinvolgere un paziente reale nella scena.

Resta un mezzo. Non sostituisce il formatore, i protocolli, il debriefing. Non è, di per sé, una strategia di prevenzione. Qualsiasi affermazione di riduzione delle aggressioni richiederebbe evidenze che qui non attribuiamo né al prodotto né alla tecnologia in generale. Un approfondimento su come simulazione e realtà virtuale possono essere utilizzate nella formazione sanitaria è in un articolo dedicato.

Come si inserisce DE-ESCAPE

DE-ESCAPE è la soluzione formativa R.E.N.E.E. per la de-escalation e la gestione delle situazioni critiche in ambito sanitario. È un’esperienza di simulazione immersiva in realtà virtuale: l’operatore entra in uno scenario, osserva e interagisce, vive la situazione, poi analizza e può riprovare in un ambiente controllato.

Non è un dispositivo medico. Non è una terapia. Non sostituisce docenti, formazione teorica, ECM, procedure o protocolli. Non misura automaticamente le competenze e non promette di ridurre le aggressioni. Può diventare la parte esperienziale di un percorso più ampio, accanto a organizzazione, segnalazione e supporto — non al loro posto.

Vuoi vedere come si allena in simulazione?

DE-ESCAPE è la soluzione R.E.N.E.E. per la formazione sulla de-escalation e sulla gestione delle situazioni critiche in ambito sanitario.

Scopri DE-ESCAPE

Prevenzione come sistema

Quasi 18.000 segnalazioni non indicano che esista una singola leva da azionare. La prevenzione è un sistema di componenti che lavorano insieme. Non è una piramide in cui una misura vale più delle altre, e non è un elenco da spuntare una volta sola.

Organizzazione e ambiente

  • Analisi del rischio e dei luoghi di lavoro
  • Spazi, flussi, attese, informazioni
  • Procedure, ruoli, personale, misure di sicurezza

Segnalazione e supporto

  • Cultura della segnalazione, anche degli episodi verbali
  • Lettura di pattern e revisione delle misure
  • Supporto post-evento a chi subisce o assiste

Comunicazione e formazione

  • Comunicazione con pazienti, familiari, team
  • Riconoscimento, de-escalation, gestione del contesto
  • Esercitazione, non solo teoria — come una parte, non come tutta la strategia

In sintesi

Nel 2025 sono state segnalate in Italia quasi 18.000 aggressioni agli operatori sanitari e sociosanitari. Quel numero descrive un fenomeno rilevante, non una soluzione. Va letto come insieme di segnalazioni, con il caveat della cultura del monitoraggio, e senza confonderlo con gli infortuni riconosciuti.

Una strategia di prevenzione deve essere organizzativa, continua e multidimensionale. La formazione ne è una parte. Non tutta. E non può, in nessun caso, far ricadere sulla vittima la responsabilità della violenza.

Fonti e approfondimenti

Le fonti seguenti sono quelle effettivamente usate in questa pagina. Non sostituiscono i protocolli della vostra organizzazione.

Ministero della Salute / ONSEPS — Relazione 2025 sulle attività dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e della socio-sanitaria. Segnalazioni 2025: 17.956 episodi, 23.367 operatori coinvolti; 69% verbali, 25% fisiche, 6% contro la proprietà; infermieri 55%; contesti ospedalieri più interessati; caveat sulla cultura della segnalazione.

Ministero della Salute — Raccomandazione n. 8 (documento novembre 2025; pubblicazione sul sito ministeriale 11 marzo 2026). Eziologia multifattoriale, misure organizzative, formazione, cultura della segnalazione, supporto post-evento, precauzioni universali della violenza.

INAIL — Sanità e assistenza sociale, Dati INAIL (dicembre 2025). 2.464 infortuni da aggressione riconosciuti nel 2024 nel settore Sanità e assistenza sociale. Non confrontabile direttamente con le segnalazioni ONSEPS.

OMS — Preventing violence against health workers. Inquadramento internazionale del fenomeno e richiamo alla necessità di ulteriori valutazioni sull’efficacia dei programmi.

ILO, ICN, OMS, PSI — Framework guidelines for addressing workplace violence in the health sector (2002). Prevenzione su ambiente e organizzazione del lavoro; informazioni tempestive a pazienti e familiari.